Rituali magici ed esoterismo, ma anche minacce e ricatti. I dettagli dell’operazione Majari

Sono sette le persone coinvolte nell’operazione denominata “Majari” condotta nel territorio dei Nebrodi, a Santo Stefano di Camastra. Un ottavo indagato, al momento, non è reperibile. Raggiravano persone con rituali magici. Le stesse, una volta scoperto il raggiro, rimanevano in silenzio e subivano i soprusi imposti loro per non rendere note le loro debolezze e la loro ingenuità. Le accuse sono quelle relative ai reati di associazione per delinquere, truffa aggravata, violenza privata e tentata estorsione. L’operazione è stata condotta dalla Polizia Giudiziaria della Procura di Patti, Sezione Polizia di Stato, con l’apporto dalle altre Aliquote della Sezione e dei Commissariati di Capo d’Orlando e Patti. Il provvedimento cautelare è stato emesso dal GIP del Tribunale di Patti, Eugenio Aliquò, su richiesta dei Sostituti Procuratori Alessandro Lia e Federica Urban.
L’APPROCCIO – I rituali magici (detti “lavori”, “grafiche” o “invocazioni”) venivano prospettati come molto costosi perchè necessitavano di speciali materiali o talismani (“il materiale esoterico costa”). Ai malcapitati veniva spiegata l’esigenza di rimuovere il male da cui erano afflitti. Rimuovere il malocchio o la fattura era necessario, a detta dei majari. Per convincere il cliente, di volta in volta, spiegavano che “era stato fatturato”, “la situazione è brutta… c’è stata una donna… mi raffigura una donna che ha fatto qualche cosa su di lui e non c’è niente da fare, si deve togliere subito l’impurità!”, “Non c’è tanto da perdere tempo, perchè ogni cosa peggiora!!”; “purificazione della tua casa”; “Sei di religione ortodossa no? Esatto e allora ti voglio dire una cosa, principalmente io sono con Dio… ok? Perchè appunto ci sono quelli che sono insomma di altre sponde, di altre case, io faccio solo preghiere carismatiche… così lavoro, tolgo la negatività, tolgo il male, hai capito?”.
I RITI – I riti servivano a mettere a tacere definitivamente “voci e dicerie di paese”, pericolose per la repurazione della vittima (per esempio relazioni extraconiugali) e comprendevano anche la consegna di talismani (collanine, braccialetti, pietre vulcaniche) che andavano utilizzati secondo precise indicazioni. Per esempio, un braccialetto doveva essere indossato per 24 ore e poi gettato in mare. In alcuni casi, i talismani, i riti o le formule dovevano servire a conquistare o riconquistare la donna di cui la vittima si era innamorata o mantenerne la buona salute (“Allora senti, qui io ora, quando chiudo, ti mando direttamente una foto di una formula che tu dovresti fare, se hai la possibilità, questa notte. Alle ore tre in punto… E ci vorrebbe un tre vie, cioè una strada che si fa con tre… strade, un incrocio va.. l’importante che siano tre strade, che non sia a quattro, capito?.. magari ora più tardi, se puoi, dovresti comprare tre palmi di fettuccia nera… alle tre di notte devi andare nel trivio, ti devi smanicare il braccio sinistro a carne nuda, e dire ad alta voce: “diavolo…”).
PREZZI DA CAPOGIRO – Per ogni consulenza/rito, i malcapitati clienti versavano una “parcella” di qualche centinaio di euro, fino ad arrivare a corrispondere, nel corso del tempo, in totale, cifre anche superiori ai 10.000 euro. Nei casi più gravi, due vittime hanno consegnato, rispettivamente, oltre un milione di euro e 70.000 euro. In alcune conversazione erano gli stessi indagati a suggerire alle vittime come procurarsi ancora ulteriore denaro, per esempio chiedendo prestiti ai familiari o vendendo gioielli al compro-oro
LE INTIMIDAZIONI – Al sospetto che le vittime potessero scoprire il raggiro e cercassero quindi di uscire dal circolo vizioso, gli indagati passavano a vere e proprie intimidazioni. Minacciavano che, se i malcapitati avessero smesso di pagare o denunciato i fatti, avrebbero scagliato alle loro case o alle loro famiglie ogni sorta i maleficio o generato nei loro confronti temibili fenomeni paranormali. Magari con l’ausilio di operatori dell’occulto ancora più potenti come un tale “Valentino” (“…le interferenze le faccio io, i numeri telefonici, anche quello di tua sorella, che so il numero di cellulare se voglio, anche a quello di tua madre se voglio, che lo hai tolto il numero di cellulare, l’ipnosi, i soldi te lo sei dimenticata quando te li facevo scomparire da casa..?.. I rumori che ti facevo fare..? L’idraulica e l’acqua che ti usciva, erano fenomeni degli alieni..?!!! Erano i marziani!!!? vuoi questa sera che ti faccio rimbombare qualcosa?! Così ti ricordi di Valentino? non è una minaccia… per farti ricordare che il paranormale esiste!!”).
I RICATTI – In alcuni casi, gli indagati hanno ricattato le loro vittime, minacciandole che avrebbero divulgato tutte le informazioni “compromettenti” di cui erano venuti in possesso, carpite in occasione dello svolgimento delle loro “prestazioni professionali” (uno degli indagati, per esempio, ha minacciato la vittima di divulgare il contenuto non meglio precisate “cassette” o anche di riferire agli assistenti sociali ed al datore di lavoro della sua “cliente – vittima” le informazioni confidenziali ricevute). Per incrementare il senso di smarrimento delle vittime ed eludere eventuali indagini, gli indagati inscenavano l’esistenza di fantomatici soggetti dai poteri ancora più straordinari (“Alessia”, “Ester”, “Carlo”, “Valentino”, “Loredana”, “Alina”, “Giovanna”), dei quali addirittura simulavano la voce al telefono. L’intera attività avveniva per via telefonica: gli incontri di persona, di conseguenza, avvenivano solo al momento della consegna del denaro contante.
LE PRIME PERQUISIZIONI – Nel 2018 giungono le prime perquisizioni domiciliari con il sequestro di materiale esoterico di ogni tipo (mazzi di carte per la cartomanzia; pergamene con simboli magici – “Pentacolo mistico dell’angelo Raphael”; preghiere rituali; fogli con riferimenti ad arti magiche, riti esoterici, incantesimi, rituali, pozioni e formule magiche), ma anche appunti con informazioni sulle vittime e sulle loro abitudini. Subito dopo le perquisizioni, i sodali ed i loro accoliti si sono immediatamente adoperati per far sparire altro “materiale”, ancora in loro possesso (“Amico mio, fatti scomparire quello che hai a casa! – Ah! Stanno arrivando? – Ancora no, ma ci stanno… stanno cercando… perchè i nominativi sono assai quelli gli ha dato.. è stato uno stronzo che non gli sono riusciti i lavori… quindi ha fatto le denunce! – Quindi quanto tempo mi posso dare..? una settimana?… quattro giorni.. per fare..? – Tu… entro martedì devi fare scomparire tutte cose!! Almeno per due tre mesi non devi tenere nulla dentro!!”).
SFRUTTAMENTO PSICOLOGICO – Duplice la potenzialità offensiva del fenomeno criminale: allo sfruttamento economico delle vittime e, almeno in alcuni casi, dei loro congiunti, si sommava un vero e proprio sfruttamento psicologico. Le vittime per la vergogna si isolavano da famiglie e contesto sociale, diventando succubi e dipendenti dal gruppo. In alcune eloquenti conversazioni telefoniche è emersa tutta la determinazione usata dagli indagati nell’azione di spoglio dei malcapitati clienti, definiti, senza mezzi termini, “porci”, “pazzi”, “morti di fame”, “babbigni”. La spregiudicatezza dei sodali non si fermava nemmeno dinnanzi agli accorati appelli delle vittime che, spesso in lacrime, supplicavano gli indagati di smetterla con le insistenti richieste di denaro, dichiarando di non avere più soldi, di provare vergogna verso i figli, ai quali non potevano più comprare nulla e di essere disposti a compiere gesti estremi.
VITTIME DISPERATE – Così, ad esempio, si esprimeva una vittima: “io non ce la faccio più… non ce la faccio perché ho la paura che mi succede qualcosa di brutto e io faccio qualcosa… o ammazzo a lei o ammazzo me!!”. Un altro malcapitato cliente (che per riconquistare la sua amata aveva consegnato circa settantamila euro al sodalizio), in una eloquente intercettazione, con voce tremante e tono disperato, esclamava: “io m’ammazzo!! ‘Sta situazione deve finire, deve finire… è diventato un calvario, non ce la faccio più, sono pazzo, pazzo… maledetto io!!”; “mi deve lasciare in pace… mi sta portando nella cassa da morto… che calvario, che calvario”!!!; ed ancora: “Io non ho soldi! Mi posso solo sparare, ‘sta cammurria deve finire, mi sparo e si leva ‘sta cammurria… sono nella merda, le persone mi minacciano, mi prendono la faccia a schiaffi!!!”.
IL SARCASMO DEI MAJARI – Gli indagati commentavano tra loro, anche in modo sarcastico, le conversazioni avvenute con le vittime e, incuranti dei disperati appelli e delle minacce di gesti estremi, cercavano ogni modo per continuare a “spremere” i clienti: “Dice che è al lastrico… pure se mi dessero 50 euro che cazzo me ne fotte di loro!.. capito che ti voglio dire? … Dovrebbero essere sul lastrico come me, la gente, quando dicono che sono sul lastrico… veramente!”. Ed ancora: “Ora le mando un messaggio e le dico che i soldi li ho anticipati io per il materiale, ci fazzu venire i vermi!!”; “Io questi clienti così che dicono una cosa… poi un’altra, mi danno fastidio!! Ma l’hai capita a questa sciumunita? È tirchia da morire!!!”.
LE MINACCE – In altri casi, per ammonire le vittime, veniva loro raccontato di come era “finita” con altri clienti che si erano rifiutati di pagare: “… ha telefonato uno che io per discrezione non ti dico il nome e che questo qui è di Acquedolci e mi ha detto: ‘se lei non mi aiuta signora, io mi ammazzo!!; la mia risposta… a chi non è tra le mie grazie: per me ti puoi pure ammazzare! Anzi ti indico pure la strada – gli ho detto – … anziché la corda che non hai… – dico – vai nella stazione di Acquedolci… che c’è la stazione ad Acquedolci, e ti infili nei binari del treno’ … ‘ma lei è una diavola!!’ – gli ho detto: “gioia mia, se soldi non ne hai, con me non ne devi parlare, ti fai aiutare… ce ne sono tanti, gli ho detto, ad Acquedolci… ti fai aiutare da altri! – gli ho detto – … a me, non mi devi scassare la minchia, perché tu sei stato traditore!!”.









