Autismo: promuovere le abilità sociali attraverso il gioco

L’autismo, o meglio “lo spettro autistico” non è una malattia.Una malattia, infatti, prevede una diagnosi e una cura mentre l’autismo è una sindrome, una modalità di essere al mondo.
Ogni individuo affetto da autismo è unico e irripetibile perché esistono infinite combinazioni di questa sindrome. Facciamo un esempio pratico: gli autistici non sono tutti come il Rain Man interpretato da Dustin Hoffman; alcuni infatti hanno un alto funzionamento intellettivo, un QI addirittura superiore alla norma, altri invece hanno dei deficit.
La definizione “spettro autistico” sta a significare che non esiste un solo tipo di autismo ma vari “autismi” che si presentano in modo differente, variando da una lieve a una grave sintomatologia.
I disturbi dello spettro autistico originano comunque da una compromissione dello sviluppo che coinvolge le abilità di comunicazione e di socializzazione, e sono in generale associati a comportamenti inusuali (ad esempio comportamenti ripetitivi o stereotipati) e a un’alterata capacità immaginativa. L’autismo è stato per anni erroneamente considerato un disturbo dovuto a inadeguate relazioni nell’ambiente familiare, dipendenti dal comportamento dei genitori. Attualmente la posizione scientifica condivisa a livello internazionale considera l’autismo una sindrome comportamentale associata a un disturbo dello sviluppo del cervello ( alterazioni della struttura e delle funzioni nervose) e della mente (alterazioni dello sviluppo psico-cognitivo ed emozionale) con esordio nei primi tre anni di vita. Sia fattori genetici che ambientali sono oggi considerati all’origine dello spettro autistico.
L’autismo fu identificato per la prima volta dallo psichiatra Leo Kanner. In un suo articolo del 1943 egli descrisse i casi di una decina di bambini che secondo lui presentavano caratteristiche comuni. Il primo di loro, Donald, sembrava per esempio completamente disinteressato al mondo e alle persone che lo circondavano, non giocava con gli altri bambini, non rispondeva al suo nome se veniva chiamato, aveva una mania per gli oggetti ruotanti e manifestava una furia incontrollabile se la sua routine quotidiana veniva in qualche modo alterata. Gli altri piccoli pazienti che erano giunti all’attenzione del Dott. Kanner avevano comportamenti simili.
Ad oggi, fermo restando le differenze individuali con cui si presenta l’autismo, possiamo affermare che la maggior parte dei soggetti autistici presentano difficoltà di linguaggio, di comunicazione e di interazione sociale.
A tal proposito il gioco è utile per iniziare a conoscere le pratiche di negoziazione e ad avvicinarsi agli altri con fiducia. La conquista di una maggiore autonomia nel gioco in un bambino con autismo, quindi, crea le condizioni per facilitare la crescita nelle abilità sociali.
Il bambino con autismo manifesta evidenti limiti nell’ambito delle abilità sociali, le quali consentono a ogni individuo di adeguare il proprio comportamento sulla base di quello dell’altro, di leggere correttamente i messaggi di natura sociale, di avviare opportune iniziative con finalità comunicative e di rispondere agli stimoli sociali in modo dinamico e flessibile.
Non deve sorprendere, quindi, che l’acquisizione delle capacità ludiche sia uno degli elementi maggiormente problematici per questi bambini, in grado inoltre di compromettere ulteriormente il loro sviluppo generale. Mediante il gioco sociale, infatti, il bambino inizia a conoscere le pratiche di negoziazione e ad avvicinarsi agli altri con fiducia. Tutto ciò conferma come il gioco sia un aspetto sostanziale per facilitare una crescita nelle abilità cognitive e sociali, oltre che in quelle specificatamente senso-motorie.
Nei bambini con autismo la condotta nel gioco è non solo rallentata, ma anche diversa per quanto riguarda la complessità, dato che non usano, né spesso accettano, il modo di giocare dei compagni. Le carenze principali riguardano il processo di simbolizzazione e la sua applicazione nei giochi sociali.
Per questo motivo, a livello educativo, non è sufficiente adattarsi al gioco spontaneo messo in atto dal bambino, ma occorre guidarlo e cercare le migliori condizioni perché possa socializzare. Questo implica insegnargli a chiedere, condividere, attendere il proprio turno, nonché a considerare il punto di vista dell’altro, proponendo giochi che sia in grado di svolgere autonomamente, con un compagno (anche con un minimo aiuto da parte dell’adulto), o in piccolo gruppo.
Durante il gioco sarà certamente necessario sollecitare e ribadire il rispetto dei turni, le negoziazioni, suggerire come procedere e tutte le dinamiche che quel determinato gioco implica.
Tali attività ludiche non devono essere prioritariamente un training per insegnare regole: occorre stabilire da subito obiettivi semplici e socialmente utili.
Molto incisivi sono gli ausili visivi, per rendere più chiara e positiva l’interazione: immagini, frecce, simboli, forme colorate, scritte, ecc.
Il gioco dunque, relativamente allo spettro autistico, può essere considerato un vero e proprio strumento d’intervento professionale e, pertanto, può far giungere a risultati importanti solo se gestito da esperti educativi qualificati.
La conquista di una crescente autonomia nel gioco, anche attraverso una progressiva riduzione degli aiuti, crea le condizioni per facilitare uno sviluppo socialmente significativo per il bambino.
Donatella Manna









