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Moda e società

L’empatia come risorsa per il futuro

Dal greco en-pathos “sentire dentro”, l’empatia è la capacità di mettersi in relazione con il mondo, percependo le emozioni altrui e partecipando in prima persona alle loro gioie e dolori. L’empatia viene definita come la capacità di “porsi nella situazione di un’altra persona” e di comprenderne immediatamente e in maniera intuitiva i processi emotivi.
Al centro dei dibattiti della filosofia  della mente, l’empatia è generalmente considerata una modalità naturale di conoscenza e comunicazione, che si articola in chiave emotiva piuttosto che su base razionale. Le moderne neuroscienze, con gli studi più recenti, hanno dimostrato che la capacità di provare ciò che sente l’altro è sostenuta da basi biologiche. Sono stati identificati i famosi neuroni specchio e si è dimostrato che soffriamo assistendo al dolore altrui così come quando lo viviamo personalmente, attivando le medesime aree cerebrali.  
Si ritiene inoltre che i primi slanci di empatia si presentino già nella prima infanzia: sono le esperienze precoci di attaccamento a segnare il modo personale di stare con gli altri e saranno poi le esperienze successive a determinare il nostro potenziale empatico.
Riuscire a immedesimarsi nella gioia o nel dolore altrui sembra essere una qualità preziosa da coltivare e preservare con l’idea di fondo che un mondo di persone empatiche sarebbe un mondo più giusto e, al tal proposito, negli ultimi anni, soprattutto negli Stati Uniti, l’empatia è stata esaltata e promossa a tutti i livelli: sociale, politico, artistico, culturale ed economico.
L’empatia risulta insomma una risorsa straordinaria, riconosciuta come vantaggio evolutivo per l’uomo, in grado di aumentare impegno e interazione sociale, abbattere pregiudizio, conflitto e disuguaglianza, instillare valori umani. Una capacità di cui senza dubbio abbiamo particolare bisogno in questo momento storico.
Nel 2006 Barack Obama, parlando agli studenti della Northwestern University, ha  suggerito di riflettere e di porre l’attenzione non solo sulle mancanze politiche ed amministrative del paese, ma anche sul suo deficit di empatia, cioè la capacità di mettersi nei panni degli altri e di vedere il mondo attraverso i loro occhi.
Negli anni a seguire la parola empatia è entrata nel vocabolario quotidiano di dottori, poliziotti, manager, politici e intellettuali. Arianna Huffington scriveva nel 2012  a tal proposito: ”L'unico modo per far uscire il mondo dalla recessione ed indirizzarlo verso una strada migliore è di attingere a un collettivo senso di responsabilità gli uni verso gli altri.”
Il potere dell’empatia è stato ampiamente descritto e celebrato ed è diventato un trend tanto che a Londra è sorto l’Empathy Museum, il primo museo dell’empatia che mira a promuovere la sensibilità verso gli altri. L’idea di questo particolare museo è quella di  comunicare e proteggere una risorsa preziosa che stiamo perdendo. In questo museo si potranno  indossare le scarpe di sconosciuti e camminarci dentro, ascoltando in cuffia la storia del loro proprietario. 
Eppure, malgrado i benefici dell’empatia, c’è qualcuno che non ne è così convinto della sua totale positività. Come raccontato dalla rivista statunitense “The Atlantic”, gli studiosi americani Paul Bloom e Richard J. Davidson mettono in dubbio il valore assoluto di questa dote.
Secondo lo psicologo Bloom e il neuroscienziato Davidson,  essere troppo empatici porterebbe uno svantaggio anche “pericoloso” per noi stessi. Provare intensamente  i sentimenti degli altri potrebbe essere rischioso  perché porterebbe a farci assorbire anche le emozioni negative, mettendo  in gioco il nostro equilibrio psichico. Naturalmente ciò potrebbe avere luogo nel caso in cui, la persona empatica, sia eccessivamente fragile e vulnerabile. Si tratta sicuramente di una valutazione interessante da tenere in conto. La realtà è però che le persone empatiche sono in numero limitato e che, al contrario, la nostra società è afflitta da una sorta di “disturbo da deficit di empatia” (etichetta inesistente nella letteratura scientifica), poichè la nostra società  sembra privilegiare la disconnessione, l’insensibilità, l’indifferenza. Al di là di qualsiasi rischio, occorre coltivare l’empatia, anche per migliorare il rapporto con noi stessi. Perché quando non siamo attenti a ciò che gli altri provano, probabilmente trattiamo con superficialità o distacco anche noi stessi. Probabilmente siamo persi, lontani da tutti, predisposti al conflitto, non comunicativi, bloccati in un mondo individualista.
Eppure la scienza ci dice che siamo dotati di sorprendenti strutture neuroplastiche e dunque possiamo riprogrammarci, cambiare, formare nuove connessioni. Perchè, solo coltivando l’empatia, possiamo finalmente uscire dal nostro egocentrismo emotivo e ristabilire quel filo di connessione in grado di far progredire la nostra società, su tutti i livelli.
 
Donatella Manna

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